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Sfincione di San Vito

Di :Operatore 1 0 Commenti
Sfincione di San Vito

Le monache non erano solo esperte dolciere: nel parlatorio dei monasteri di Palermo era possibile per pochi spiccioli acquistare un piatto di maccheroni conditi con strutto e cacio, oppure una pagnotta con olio, o una ravazzatina con ricotta e salame.

Tra le tante ghiottonerie preparate nelle cucine del monastero è d’obbligo ricordare lo sfincione di San Vito, un piatto succulento e sostanzioso, che tradizionalmente veniva realizzato per la cena della notte di San Silvestro dalle monache del terz’ordine francescano del monastero di Santa Maria di tutte le Grazie (detto appunto di San Vito): un impasto soffice e spugnoso, insaporito da una salsa di pomodoro e battuto di cipolla, spolverizzato di caciocavallo grattuggiato e pangrattato, riccamente farcito al suo interno con un sugo ristretto di carne trita di maiale e salsiccia. A volte le monache variavano la ricetta e aggiungevano al ripieno salame, o pisellini, o sfilacciature di pollo, in base a ciò che avevano a disposizione.

Il nome sfinciuni deriva dal latino spongia, ossia spugna, in riferimento al morbidissimo impasto base di questa focaccia, che in origine era “in bianco”, ovvero condita solo con cipolle, formaggio e pangrattato. La salsa di pomodoro venne aggiunta alla ricetta solo nel XIX secolo, con il diffondersi dell’uso del pomodoro nella cucina siciliana.

Nelle festività natalizie o in occasione di un fidanzamento il popolino a Palermo era solito preparare lo sfincione, a imitazione di quello delle suore, ma  in una versione più semplice ed economica:  per condire l’impasto lievitato si usavano solo acciughe, cipolla, pomodoro e pangrattato

Ecco cosa scriveva Giuseppe Pitrè della sfiziosa pietanza monacale: “Grandeggiava San Vitu mirabile dictu! Col suo sfinciuni, un vero poema per i più autorevoli maestri di gusto!”

Il monastero di San Vito aveva due grandi chiostri ed era collegato al bastione di San Vito o Gonzaga, dove le monache avevano realizzato un giardino pensile, mediante un sovrapassaggio. Nel 1866 fu incamerato dal demanio e trasformato in caserma. Oggi è sede del comando provinciale dei carabinieri di Palermo.

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